La leishmaniosi è una malattia parassitaria causata da Leishmania infantum, un protozoo, veicolato da un flebotomo (un piccolo insetto simile ad una piccola zanzara o meglio moscerino) che lo inocula nella cute dell’ospite (cane) durante il pasto di sangue.

Nel derma, dove è stato inoculato, sopraggiungono i macrofagi, costituenti del sistema immunitario aspecifico, che inglobano il parassita per distruggerlo ma è all’ interno dei macrofagi che il parassita matura, si moltiplicano, distrugge il macrofago stesso e infetta progressivamente un numero sempre maggiore di cellule.

La diffusione del parassita nell’organismo e l’eventuale sviluppo della malattia dipende dal tipo e dall’efficienza del sistema immunitario del cane infetto.

I flebotomi o pappatacei sono piccoli insetti diffusi nel bacino del mediterraneo con abitudini crepuscolari e notturne che si estende dalla tarda primavera al tardo autunno.

Dal punto di vista epidemiologico, sino a pochi anni fa, solo il nord italia era indenne da tale malattia ma dagl’inizi degli anni ’90 si è verificato un aumento dell’incidenza di leishmania anche in queste regioni rendendo questa malattia ubiquitaria in Italia.

Sebbene tutti i cani sono bersaglio del parassita sembra che Boxer e pastore Tedesco siano più predisposte ad ammalarsi

 

Nei mammiferi, leishmania causa infezione cronica che delle volte è asintomatica e delle volte può evolvere in malattia conclamata. Una certa percentuale di soggetti (pochissimi) si negativizzano dopo un primo incontro con il parassita e non è noto se questi soggetti abbiano contenuto l’infezione ad un livello tale che non risulti più rilevabile o se il parassita si sia localizzato in distretti, tessuti, dove non è rilevabile.

La continua stimolazione antigenica attuata dal parassita che si moltiplica e perdura nell’organismo animale induce scompensi che possono provocare danni renali, vasali, alle articolazioni, agli occhi, alle meningi, anemie e problemi della coagulazione.

Segni clinici della malattia sono: abbattimento, dimagramento, alterazioni cutanee, poliuria-polidipsia (aumento dell’urinazione e delle sete), epistassi (emorragie nasali), segni gastroenterici e neurlogici.

 

Tutti segni e sintomi aspecifici che possono far pensare a leishmania ma che hanno bisogno di riscontri e integrazione con esami di laboratorio per far diagnosi.

Dunque per far diagnosi di leishmaniosi il segnalamento, i dati anamnestici, i segni clinici e i risultati degli esami di laboratorio vanno integrati tra loro. E’ necessario che il medico veterinario prima di scegliere il protocollo terapeutico, esegua un esame clinico attento e accurato e che si serva dei dati di laboratorio per stadiare la malattia e scegliere il più corretto protocollo terapeutico. Stadiare significa inquadrare il paziente, classificarlo a seconda della sintomatologia e rilievi di laboratorio in:

STADIO A: cane esposto. Paziente che non va trattato ma ricontrollato ciclicamente ogni 8-16 settimane dal primo riscontro di positività

STADIO B: cane infetto. Cane che va trattato farmacologicamente a particolari condizioni.

STADIO C: cane malato. Cane che va trattato farmacologicamente e che devono essere prese in considerazione terapie collaterali a seconda dei danni riportati.

STADIO D: cane malato con situazione clinica grave. Cane che va trattato farmacologicamente per leishmania e con terapie di supporto.

STADIO E: cane malato e refrattario al trattamento.

Ancora oggi il trattamento del cane leishmaniotico rappresenta una sfida per il medico veterinario, a motivo dell’estrema complessità della patologia che si esprime con una varietà di quadri clinici la cui evoluzione non è facilmente prevedibile.

Gli scopi della terapia sono quelli di ridurre la carica parassitaria del paziente, controllare i danni prodotti da questo,ripristinare lo stato immunitario del cane, stabilizzare i risultati ottenuti con la terapia e trattare le recidive. Purtroppo di leishamia non si guarisce.

Alla luce da quanto emerge dalla letteratura internazionale sulla malattia è utile sottolineare che è di necessaria importanza fare una corretta diagnosi e escludere altre patologie concomitanti, inquadrare correttamente il paziente per scegliere il protocollo terapeutico più adatto, monitorare correttamente il paziente durante e dopo la terapia.